Fine dei Giochi

L’eliminazione brucia, la sensazione di non averci nemmeno provato veramente ancora di più.
Il Villarreal di Unai Emery conserva il vantaggio accumulato durante la gara di andata e vola a Danzica, dove affronterà il Manchester United, mentre a noi non resta che far calare il sipario.

La stagione è finita ieri sera, quando l’arbitro ha mandato tutti negli spogliatoi e gli spagnoli hanno iniziato a fare festa sul prato dell’Emirates Stadium.

Restano quattro partite di Premier League da giocare, virtualmente inutili ai fini della classifica, e poi finalmente questa stagione andrà in archivio. West Brom in casa, Chelsea e Crystal Palace in trasferta, Brighton in casa – le ultime quattro tappe della nostra via crucis – ci diranno quale sarà la nostra posizione finale in classifica, con il rischio di far registrare il peggior piazzamento degli ultimi venticinque anni, e con ogni probabilità sanciranno la prima stagione senza coppe europee per il Club, dopo un quarto di secolo. Matematicamente è ancora possibile, realisticamente non saremo molto distanti da dove siamo oggi.

È inevitabile farsi domande scomode sulla squadra, sull’allenatore e sul Club nel suo insieme, perché la situazione diventa sempre più grave. Come dice un adagio insopportabile, è più semplice cambiare allenatore che cambiare tutti i giocatori e quindi Mikel Arteta è finito sul banco degli imputati, una prassi per ogni allenatore che non riesce a portare a casa i risultati sperati: in questo caso, l’eliminazione per mano del Villarreal ha accelerato un processo che, senza la vittoria in FA Cup, forse sarebbe già iniziato l’estate scorsa.

Il manager spagnolo, dopo un inizio molto promettente, ha smarrito la retta via ed oggi ci ritroviamo con una squadra con poche idee, zero intensità e in continuo cambiamento; non uso volontariamente la parola evoluzione perché implicherebbe che piano piano il gioco migliori, quando in realtà assistiamo sempre alle stesse azioni e, ahimé, agli stessi errori – sia individuali che collettivi.

Non penso che Mikel Arteta sia un cattivo allenatore ma credo che sia troppo rigido nei suoi princìpi e che voglia controllare troppo da vicino i giocatori, annientando i concetti d’improvvisazione e imprevedibilità. Tutto naturale per un allenatore alle prime armi, in fondo era già successo ad altri: Carlo Ancelotti al Parma aveva rifiutato d’ingaggiare Roberto Baggio perché non adatto al suo 4-4-2; Antonio Conte non voleva mollare il suo 4-2-4 troppo spregiudicato; Thomas Tuchel si era impuntato con il suo modulo asimmetrico e Jurgen Klopp faticava a limitare l’uso estremo del suo gegenpressing, condannando il Liverpool a finali di partita e di stagione in apnea.

Temo che la panchina dell’Arsenal sia arrivata troppo presto per Mikel Arteta, che ha bisogno di fare le proprie esperienze e forgiare il proprio stile di allenatore e manager. Dopo tutto, a parte qualche rarissima eccezione, gli allenatori arrivano in un grande Club dopo essersi fatti una reputazione su altre panchine e poi devono dimostrare di saper fare il salto di qualità, non sempre facile da digerire (vero, Unai?)

Al netto delle attenuanti che è giusto concedere a Mikel Arteta, ovvero l’aver preso una squadra in corsa con una rosa male assortita, il problemi legati al Covid-19, l’assenza di una vera preparazione estiva e qualche episodio sfortunato sul campo, lo spagnolo non sembra aver ancora ben chiaro in testa come vuol far giocare questa squadra e ha dimostrato più di una volta qualche difficoltà di troppo nel gestire lo spogliatoio e soprattutto gli elementi più giovani.

La gestione dello spogliatoio

Sono state tante le controversie che hanno accompagnato le scelte di Mikel Arteta manager, fin dai suoi primi giorni a London Colney.

Il caso più eclatante è senza dubbio quello che riguarda William Saliba: il giovane difensore centrale francese, sul quale il Club ha investito tanto, ha accusato il tecnico di non avergli mai davvero concesso un’occasione per guadagnarsi un posto in rosa e i fatti sembrano dargli ragione. Per quanto l’ex prodigio del Saint-Étienne non fosse un “suo” acquisto, Mikel Arteta avrebbe potuto disporre di un rinforzo di prospettiva in rosa ma ha presto scartato l’ipotesi di fare di William Saliba un elemento della prima squadra.

Una scelta perfettamente legittima, che la si condivida oppure no, che però è stata accompagnata da comportamenti quanto meno discutibili: dal momento in cui non era previsto un posto per lui né nella lista per la Premier League, né in quella per l’Europa League, perché trattenerlo fino a gennaio e farlo giocare con le riserve?

Personalmente, non vedo come William Saliba potesse essere peggio di Shkodran Mustafi, che gli è stato preferito nonostante fosse in scadenza di contratto e deciso ad andarsene a parametro zero.

Mikel Arteta ha sprecato sei mesi della crescita di William Saliba e instillato il dubbio nella mente del giocatore, che ora si chiede se avrà un futuro nel Club oppure no. In pochi mesi, William Saliba è passato dall’essere uno dei colpi di mercato dell’Arsenal a giocare con la U23, un livello che non gli compete.

Stesso discorso vale per Eddie Nketiah, messo in naftalina ad inizio stagione e richiesto da più Club durante il mercato di gennaio, per il quale Mikel Arteta ha messo però il veto ad una cessione, dichiarando a più riprese di puntare sul giovane prodotto del vivaio. Risultato: da gennaio ad oggi Eddie Nketiah ha giocato appena 192 minuti, partendo titolare una sola volta in Premier League e una volta in FA Cup e raccogliendo scampoli qua e là.

Difficili da digerire anche il continuo impiego di Willian, che pur non partendo titolare mette sempre piede in campo, e quello quasi nullo di Gabriel Martinelli, che invece avrebbe meritato più fiducia. “Amo Gabi più di tutti voi messi insieme” ha detto Mikel Arteta alla stampa qualche giorno fa, peccato che il campo racconti qualcosa di diverso. Willian è un giocatore disciplinato e obbediente, Gabriel Martinelli è istintivo e anarchico – in questa scelta “di campo” s’intravede il Mikel Arteta più autentico.

Infine, ma questo forse è un dettaglio, non riesco a giustificare la disparità di trattamento tra Nicolas Pépé e Granit Xhaka, entrambi colpevoli di un’espulsione per un gesto di stizza verso un avversario: l’ivoriano è stato messo alla gogna dal manager, a mezzo stampa, mentre lo svizzero è stato protetto. Un brutto segnale allo spogliatoio, non in linea con i famigerati non-negotiables di cui aveva parlato al momento dell’insediamento.

Gli equivoci tattici

Come accennato, l’inevitabile ingresso di Willian ad ogni partita – qualsiasi siano condizioni e risultato – resta un mistero ma non è quello il grosso problema. Il vero nocciolo della questione, a mio parere, resta la gestione dei cambi: tardivi, spesso difficili da comprendere e dannosi per la squadra, anziché vantaggiosi.

L’episodio più lampante è probabilmente il cambio tra Willian (ma dai!) e Thomas Partey a Villa Park: proprio quando Nicolas Pépé e Bukayo Saka avevano cominciato a trovare un’intesa sulla corsia di sinistra e stavano mettendo in seria difficoltà la fascia destra dei padroni di casa, Mikel Arteta ha cambiato di fascia l’ivoriano per metterci Willian, giocatore con caratteristiche completamente diverse, rompendo così il ritmo e permettendo all’Aston Villa di chiudersi centralmente, dal momento che Willian da sinistra sarebbe rientrato verso il centro e Nicolas Pépé avrebbe fatto lo stesso sulla fascia opposta. Risultato: non abbiamo più creato occasioni da gol nei minuti finali e abbiamo finito col perdere una partita che sembravamo sul punto di recuperare.

Mi ha lasciato perplesso anche la sostituzione di Pierre-Emerick Aubameyang ieri sera, l’attaccante più pericoloso dei nostri, in un momento in cui avevamo un disperato bisogno di un gol e poco tempo a disposizione. Perché toglierlo? Per preservarlo in vista della partita con il West Brom?

Quella di ieri sera era la partita più importante dell’anno e togliere il proprio attaccante migliore non ha aiutato, né a livello psicologico, né a livello tecnico: Raúl Albiol e soci hanno tirato un bel sospiro di sollievo vedendolo uscire, un bel pensiero in meno per la testa. Anche zoppo e in senza ossigeno, un attaccante come Pierre-Emerick Aubameyang può sempre trovare la zampata vincente, quindi toglierlo non aveva alcun senso e ne ha avuto ancora meno quando Mikel Arteta ha buttato nella mischia Eddie Nketiah.

Infine, e questo è forse l’aspetto più preoccupante di tutti, non sembra che Mikel Arteta abbia in mente una fisionomia definita per questa squadra e un modo di giocare ben preciso. Visto da fuori, sembra che il manager non abbia le idee molto chiare ma che non sia capace di fermarsi e rimettersi in discussione, continuando imperterrito a voler applicare dei concetti che questi giocatori non sanno o non vogliono applicare, quasi che il suo sia un dogma inattaccabile.

Le poche volte in cui siamo partiti con il piede sul pedale dell’acceleratore siamo stati davvero belli da vedere e tremendamente efficaci (Chelsea, Leeds, Tottenham e Newcastle in casa, West Brom, Leicester e Slavia Praga in trasferta) ma la maggior parte delle volte siamo stati letargici, passivi, attendisti anche contro avversari che non avevano nessuna intenzione di attaccarci: perché?

Prestazioni e risultati

Con ogni probabilità Mikel Arteta sarà il primo manager a non qualificare la squadra per una competizione europea ed è già diventato il primo manager a registrare dieci partite in casa senza segnare un gol, due record dei quali non sarà certamente fiero e che rendono l’idea della profondità dei problemi che attanagliano la squadra.

La vittoria in FA Cup dell’estate scorsa assomiglia sempre di più ad un bellissimo incidente di percorso che al frutto di un lavoro tecnico e tattico, anche perché la formazione che ha messo sotto Manchester City e Chelsea è molto diversa da quella che vediamo oggi: allora giocavamo con un 3-4-3 tutto contropiede (da sinistra, ovviamente), oggi giochiamo con il 4-2-3-1 e proviamo a dominare il possesso palla, senza però imporre un ritmo e una pressione accettabili per mettere in difficoltà gli avversari.

Siamo una squadra diversa rispetto alla stagione scorsa, una squadra in qualche modo peggiore nonostante alcuni rinforzi importanti. Quando abbiamo alzato la coppa a Wembley immaginavo che questa stagione saremmo stati in lotta per un posto in Champions League al fianco di Leicester, Manchester United, Chelsea e Tottenham (consideravo Liverpool e Manchester City inarrivabili) ed ero ancora più ottimista dopo il rinnovo di Pierre-Emerick Aubameyang e l’acquisto di Thomas Partey.

Non avrei mai immaginato di vivere una stagione così anonima e mi dicevo che il futuro era roseo, almeno fino alla lunghissima traversata del deserto di novembre e dicembre dell’anno scorso, un’autentica tortura. La vittoria a Wembley aveva in parte nascosto un ottavo posto deludente e qualche prestazione in chiaroscuro di troppo, dopotutto il finale di stagione con cinque vittorie in otto partite prometteva molto bene.

Quest’anno tanti nodi sembrano essere venuti al pettine e non riesco più ad essere così ottimista, perché Mikel Arteta non sembra nemmeno riconoscere i nostri problemi più evidenti: ieri sera ha dichiarato che per quanto visto tra andata e ritorno avremmo meritato di andare in finale, in passato ha provato a venderci il concetto che effettuare tanti cross ad cazzum in area era una buona strategia perché “matematicamente alla fine fai gol” e insiste nel considerare la finalizzazione come il nostro problema principale, tralasciando le evidenti difficoltà che abbiamo nel creare occasioni da gol degne di questo nome.

Anziché mettere in dubbio la qualità dei suoi schemi e delle sue impostazioni, Mikel Arteta incolpa di suoi giocatori di non essere abbastanza precisi, quando nella migliore delle ipotesi Pierre-Emerick Aubameyang, Alexandre Lacazette e gli altri giocatori offensivi hanno due occasioni a partita per fare gol. I numeri di UnderStat dicono che sostanzialmente abbiamo segnato quanto avremmo dovuto (+1.49 xG) e incassato quanto meritato (+1.64 xGA), è difficile quindi appoggiare le tesi di Mikel Arteta senza chiedersi se il manager spagnolo abbia una fotografia chiara della situazione attuale. Sono dieci le squadre che hanno un valore di xG superiore al nostro, tra le quali alcune insospettabili come Brighton e Aston Villa, un altro dato che sembra confermare le nostre difficoltà nel creare occasioni, più che nel concretizzarle.

Il primo passo per risolvere un problema è identificarlo ma Mikel Arteta sembra essere completamente fuori strada. Come può lo spagnolo dare una svolta a questa situazione?

Forse con giocatori migliori.
Forse con un Club più forte alle spalle.
Forse con uno staff più completo.
Forse con il supporto dei tifosi allo stadio.
Forse con un po’ più di fortuna.

Tanti forse per essere davvero ottimisti.

Oggi per me è un giorno triste perché finisce l’esperimento Mikel Arteta manager dell’Arsenal, un esperimento nel quale ho creduto profondamente e che avrei voluto funzionasse a meraviglia.

Fine dei giochi.

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