Casa Dolce Casa

Sono passati 15 anni, giorno per giorno.
Quindici anni da quando abbiamo salutato Dennis Bergkamp e scoperto per la prima volta la nostra nuova casa.

Lasciare Highbury è stato un colpo al cuore e una scelta tanto necessaria quanto imperdonabile: la nostra anima è sempre stata e sempre sarà tra le gradinate scoscese di quello che oggi è un complesso residenziale, nella bellezza della facciata dell’East Stand, che ti toglie il fiato, nella vicinanza quasi soffocante tra tribune e campo, tra tifoso e tifoso.
La tripletta di Thierry Henry nell’ultima partita disputata a casa nostra è stato il tributo perfetto per un luogo speciale, che trascende dalle proprie coordinate geografiche per assestarsi nel cuore e nelle budella di ogni tifoso dell’Arsenal, così come lo è stato il beffardo lasagna-gate che ci ha permesso un insperato sorpasso ai cugini del Tottenham, che pensavano di rovinarci la festa.

Eppure, lasciare Highbury era la cosa giusta da fare – l’unica cosa da fare.
Data la configurazione dell’area urbana dove sorgeva Highbury, il fatto che la facciata dell’East Stand fosse classificata al pari di un momumento storico e la composizione della struttura stessa, ampliare Highbury sarebbe stato impossibile e quindi l’unica scelta che rimaneva era costruire uno stadio tutto nuovo.

Nessun impianto avrebbe mai potuto essere all’altezza di Highbury, quindi gli architetti avevano perso in partenza – almeno agli occhi di noi tifosi.
Eppure quegli stessi architetti hanno fatto un lavoro eccellente e ci hanno regalato una casa che, per anni, è stata considerata tra le più belle e moderne d’Europa, il fiore all’occhiello di un Club che – stando a quanto dichiarava Ivan Gazidis – avrebbe cominciato l’ascesa verso il gotha del calcio continentale e rivaleggiato con Barcellona, Real Madrid e Bayern Monaco.

Con una capienza di quasi due volte quella di Highbury, il nuovo stadio avrebbe permesso a molti più tifosi di assistere alle partite e realizzato così il sogno di tutti coloro i quali da anni, anzi decenni, erano in lista d’attesa per un abbonamento stagionale e avrebbe garantito più introiti al Club, quindi maggiore competitività con le superpotenze europee.

Abbiamo accettato di lasciare Highbury con la promessa di un futuro che, ahimé, non si concretizzato.

Eppure non è colpa dell’Emirates Stadium, né di chi lo ha costruito, né dei tanti stadi che poi hanno finito con l’assomigliargli – alcuni fin troppi – rendendolo quasi anonimo. Ma come? La casa dell’Arsenal non può essere anonima!

Non è nemmeno colpa di chi l’Emirates Stadium lo ha voluto, perché non c’era altra scelta.

Il problema semmai è che non abbiamo ancora abbastanza ricordi felici, all’Emirates Stadium: il colpo di testa di Thierry Henry all’ultimo minuto della sfida interna contro il Manchester United, Arshaviiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin contro il Barcellona, i due derby vinti 5-2 in rimonta e qualche bella partita in coppa, ma nulla di comparabile a Keown che lancia Adams in profondità per il gol che sigilla il titolo nel 1998, il 2-1 al Leicester che ci ha resi Invincbles, la squadra che si inginocchia davanti a Robert Pirès, giocatore dell’anno, Ian Wright che diventa il miglior marcatore della storia del Club, Thierry Henry che semina mezza squadra del Tottenham e arriva fino in porta, partendo da centrocampo e tantissime altri ricordi incredibili, indimenticabili.

Per qualcuno l’Emirates Stadium non sarà mai la nostra casa, io preferisco pensare che non lo sia ancora.

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