Ripassare dal Via

Quanto brucia. Quasi come il 3-2 del febbraio 2016.
Come in quell’occasione, la sensazione è quella di aver buttato via una vittoria che era a portata di mano.

Se nel 2016 quella sconfitta ci è costata qualsiasi speranza di lottare fino all’ultimo per il titolo, questa ha conseguenze meno gravi ma lascia dubbi altrettanto profondi: perché continuiamo a fermarci sul più bello?
In sé non è una sconfitta meritata, perché abbiamo fatto la partita per larghi tratti e siamo sembrati la squadra meglio organizzata, quella con un vero piano tattico in testa e la sola a saper tessere una manovra degna di questo nome, tuttavia è una sconfitta che abbiamo voluto fortemente e cercato con tutte le nostre forze – come succede fin troppo spesso.

La frustrazione maggiore, tra errori individuali, eccessivo rispetto per un avversario mai così mediocre e sostituzioni quantomeno rivedibili, deriva dall’atteggiamento adottato dalla squadra subito dopo il gol del vantaggio: ancora una volta abbiamo arretrato il baricentro di una buona ventina di metri, cominciato a spazzare il pallone il più lontano possibile senza nemmeno provare a controllare la manovra e abbiamo resuscitato un Manchester United che sembrava completamente alla deriva.

Avremmo potuto (dovuto?) chiudere la pratica insistendo un po’ più a lungo nel pressing e controllando meglio il pallone, invece ci siamo trincerati nella nostra trequarti e abbiamo permesso all’avversario di tornare in partita, fino al meritato gol del pareggio. C’è qualcosa che mi turba profondamente nella sistematica chiusura a riccio (cit.) della squadra, non appena trova il gol del vantaggio, perché sembra che sia una decisione autonoma eppure perfettamente sincronizzata di tutti e undici i giocatori in campo, anziché una precisa scelta tattica, e fatico molto a credere che sia cosí.

Meno di una settimana fa, infatti, Mikel Arteta diceva che la squadra dovrebbe continuare ad attaccare e cercare il terzo e quarto gol (in occasione del due a zero contro il Newcastle) anziché difendere il vantaggio, puntualmente però accade il contrario e la squadra si chiude su sé stessa, invitando la pressione degli avversari. È successo contro il Manchester United ed in passato contro il Leicester, contro il Norwich e contro il Crystal Palace, quindi non può essere un caso.

Gli scenari possibili sono molteplici ma quello più plausibile è probailmente la mancanza da parte del manager spagnolo di un’autentica convinzione nel trasmettere questo concetto, perché altrimenti vedremmo maggiori variazioni nel comportamento dei singoli giocatori ed invece è tutta la squadra ad indietreggiare sistematicamente.
Da quando si è seduto sulla nostra panchina, Mikel Arteta non è mai riuscito a dare sostanza alle parole spese con la stampa e il campo ha sempre mostrato un atteggiamento di squadra molto più passivo e conservativo rispetto alle idee promosse dal manager davanti ai microfoni.

Anche ieri sera, nonostante un avversario in evidente difficoltà, abbiamo immediatamente alzato il piede dall’acceleratore e lasciato che il Manchester United potesse rimettere in ordine quelle poche idee a disposizione, fino a concedere loro il pareggio ed infine la vittoria, quando in realtà avremmo potuto facilmente portare a casa almeno un punto, se non tutta la posta in palio.

È questo il passo indietro più significativo e preoccupante, a mio modesto parere, perché dimostra una fragilità che non è più legata all’inesperienza dei giocatori, alla qualità dell’avversario o alle condizioni di forma del momento ma ha radici ben più profonde, ancorate all’uomo che siede in panchina e che dovrebbe spingere questi giocatori a compiere un ulteriore passo in avanti.

Se non è convinto Mikel Arteta, come possono esserlo i giocatori?

Vale la pena porsi la domanda in chiave futura, perché questo gruppo di giocatori possiede potenzialità enormi e non deve andare sprecato a causa di un manager che non riesce a fare pace con sé stesso; se Mikel Arteta vuole un Arsenal più arrembante e coraggioso, come sembra che sia, allora deve iniziare a lavorare seriamente sulla questione e la squadra deve iniziare subito a mandare segnali importanti, in questo senso. Se invece l’idea é quella di chiudersi e ripartire in contropiede una volta passati in vantaggio, allora il problema è ben più serio perché esiste una dissonanza preoccupante tra il Mikel Arteta pubblico e quello privato.

Voglio credere che sia solo un problema di comunicazione e parzialmente di organico a disposizione, tuttavia è bene fare chiarezza al più presto. L’estate 2023 è una scadenza importante per molti dei giocatori attualmente in rosa ma più di tutti lo sarà per Mikel Arteta, il cui contratto scade appunto tra due anni.

Il futuro del manager e della squadra va deciso da qui all’estate, senza tentennamenti.

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